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Filmografia marchigiana: paesaggi e culture identitarie nel cinema muto. 1904-1921 (seconda parte)

                              La mirabile visione di Caramba (Luigi Sapelli)

“Appresso questo sonetto apparve a me una mirabile visione, ne la quale io vidi cose che mi fecero proporre di non dire più di questa benedetta infino a tanto che io potesse più degnamente trattare di le” (Dante Alighieri, “La vita nuova”)

 

la prima parte QUI
Gli anni che precedono il primo conflitto mondiale sono il canto del cigno dell’industria cinematografica italiana, fino ad allora dominatrice dei mercati internazionali, che presto dovrà  cedere il passo alle major hollywoodiane in forte ascesa grazie ad una produzione meglio organizzata e a prodotti migliori. Il nostro cinema fino ad allora ha puntato tutto sull’ampio patrimonio storico e letterario che ha disposizione  per sbaragliare la concorrenza.  Scrive lo storico del cinema Brunetta: “oltre a trasmettere un’immagine vincente della cultura  e della storia italiana nel mondo, i film storici servono da supporto  all’ideologia nazionalista”, grazie a questo filone, “il cinema italiano affronta il mito e in particolare ritrova i miti di fondazione della nazione” Nonostante  ciò la crisi è alle porte: la fine delle ostilità trova l’Italia cinematografica impreparata ad affrontare i cambiamenti in atto dopo lo sconvolgimento geo-politico seguito alla fine della I° guerra mondiale. Si cerca di porvi rimedio con la costituzione, nel 1919, di una grande casa di produzione, l’Unione cinematografica italiana (UCI) che si appresta a sfornare decine e decine di pellicole senza però rendersi subito conto che  i gusti del pubblico stanno velocemente mutando: i magazzini si riempiono di pellicole che non si riesce a distribuire. Molte le cause del declino della nostra industria cinematografica ma la principale è sicuramente una produzione ancora aggrappata a stilemi teatrali, dove il testo rappresenta il fulcro attorno al quale far ruotare tutto il film relegando le  immagini a funzione didascalica.  Fonte primaria d’ispirazione rimangono dunque teatro da un lato e letteratura dall’altra mentre nel resto del mondo, soprattutto negli USA il cinema si sta rendendo sempre più autonomo, come espressione artistica, dalle altre arti.  È in questo contesto che nasce La mirabile visione diretto da  Caramba, nome d’arte di Luigi Sapelli, il primo lungometraggio della filmografia marchigiana dove, nell’’ultimo episodio della seconda parte del film, “Paolo e Francesca”, è di scena una location della regione: il castello di Gradara.  Dovranno passare vent’anni prima che una troupe cinematografica scelga nuovamente le Marche come set per girare un film; gli anni ’40 sono l’inizio di una grande stagione del cinema italiano: il neorealismo,  che avrà come protagonisti dell’epifania di quella grande avventura intellettuale e artistica le Marche e i cineasti marchigiani.

La mirabile visione esce sugli schermi  nell’ottobre del 1921:  realizzato per commemorare il VI centenario della morte di Dante si divide in due parti, la prima ripartita a sua volta in cinque episodi: “La selva oscura”, “La crudeltà che fuor mi serra”, “Il veltro”, “Lo pane altrui” e “L’ultimo rifugio”. La seconda è divisa in tre episodi: “Amor mi mosse. Fiorenza. Rappresentazione della vita nova”, “Anime crudeli. Pisa. La tragedia dell’Odio. Il conte Ugolino”, “Anime affannate”, “Ravenna. La tragedia dell’amore. Paolo e Francesca”. Una copia del film è conservata alla Cineteca Nazionale di Roma: esistono anche la sceneggiatura originale e ventuno foto tratte dal film. La produzione è della TESPI, fondata nel 1915 a Roma dall’avv. Eugenio Sacerdoti. La produzione cinematografica della TESPI, fin dalla sua creazione, è  orientata  verso  un genere di carattere storico e letterario. A conferma di ciò, come direttore artistico della casa viene scelto il commediografo Ugo Falena, affiancato qualche anno più tardi, da altri intellettuali come Luigi Pirandello, Arnaldo Frateili, Mario Corsi e Umberto Fracchia. Nel 1918, con l’approssimarsi della crisi  la ditta cambia proprietà e passa nelle mani dell’avv. Riccardo Moretti ed Emilio Morin. L’anno seguente è inglobata nel consorzio UCI per la distribuzione dei suoi film, seguendone le sorti. La regia de La mirabile visione è affidata a Luigi Sapelli che è anche sceneggiatore e costumista del film. Caramba entra nel mondo del cinema dopo la gavetta come scenografo e costumista –attività questa che lo rese famoso- da una compagnia teatrale dopo una carriera artistica iniziata come disegnatore umoristico sulle pagine di riviste e quotidiani. Il cast è di tutto rispetto: Ettore Berti, Alfredo Boccolini, Carmen Di Sangiusto, Ciro Galvani, Liliana Millanova, Lamberto Picasso, Gustavo Salvini, Giovanna Scotto, Luigi Serventi, Camillo Talamo. Direttore della fotografia è Carlo Montuori  che in seguito collaborerà con Zampa e De Sica in Anni difficili e Ladri di biciclette.

 

Strano destino per una pellicola realizzata con l’impiego di grandi finanziamenti e pubblicizzata su diversi giornali e sulla stampa di settore ma la cui distribuzione stentata e a singhiozzo ne pregiudicò se non il successo quantomeno la giusta visibilità in proporzione ai soldi stanziati per la sua produzione.  Il film di Caramba dopo esser uscito dalla programmazione, negli anni a venire circuitò nelle sale parrocchiali, con titoli diversi.  Solo dopo che il Regime Fascista lo giudicò “strumento di alta propaganda spirituale e nazionale”, cosa che consentì a La mirabile visione anche di rientrare, nella seconda metà degli anni ’20, nei circuiti cinematografici tradizionali. Il film così resuscitato, nel mutato clima politico sociale e culturale, riceve attenzioni dalla stampa e lusinghiere recensioni. Ne riportiamo alcune:

 

“(…) La migliore esortazione ch’io possa fare a tutti è di andare a vedere La mirabile visione, e di seguire il succedersi di quadri, di paesaggi, di ricostruzioni storiche con lo spirito devoto di chi evoca le glorie dei padri e dei maggiori di nostra gente” (Salvatore Barzilla)

“Caramba ha cercato ed è riuscito a parlare cinematograficamente con ‹‹viva evidenza››; è riuscito a far vedere come vestissero gli uomini e le donne di allora, quale aspetto avessero le città del ‘300, le case, le strade, i templi, quali fossero le usanze politiche e religiose, quale vampa di feroce spirito di parte dividesse le genti della stessa città (…) E tutto questo ha fatto, cercando di attenersi il più possibile allo spirito dei pittori contemporanei di Dante o subito posteriori; Giotto, Lorenzotti, Duccio, senza soverchia stilizzazione, qual mal si sarebbe comportata ad una visione animata” (lo storico Giocchino Volpe)

“(…) la visione così riprodotta non è narrazione fredda e misurata, né una raccolta di immagini a guisa di illustrazioni di un libri, ma è rappresentazione drammatica di contrasti e di passioni: è vita vera, vita vissuta” (da L’idea Nazionale, Milano)

“Niente fin qui del genere m’era accaduto, così scrupolosamente diligente nella ricostruzione dei luoghi e delle cose, nella raffigurazione delle persone; così sapientemente pittorico nel taglio dei quadri, degli sfondi, degli scenari; così accortamente ricco e caratteristico negli aggruppamenti dei protagonisti e negli inquieti movimenti delle moltitudini” (Arduino Colasanti)

La mirabile visione è una ricostruzione storicamente veritiera e artisticamente suggestiva del Medio Evo italiano con le sue corti brillanti, le sue passioni furiose, i suoi poeti ispirati. Vi sovrasta la figura austera e sdegnosa di Dante, che è certamente la più perfetta e la più nobile espressione della nostra stirpe. Sia lode a quanti hanno collaborato alla magnifica opera” (Bordero)

G. Faracci ne  Il corriere cinematografico di Torino nel numero di gennaio del 1926 così conclude il suo intervento critico: “ (…) per Caramba, questo film è stato ciò che in gergo di palcoscenico si chiama ‹‹un pezzo di sfogo ››. Ha scialato. (Ecco forse perché certi episodi inutilmente troppo analitici sono dilungati nella visione). L’esecuzione, da questo punto di vista, è tutta un incanto. Un vero prodigio. Basterebbe, la Corte  di Verona…la morte di Arrigo VII. Cose che, certo, sia detto con buona pace di chi si inquieta, nessuno al mondo sa fare (…)”

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